Published On: 20 September 2020|By |

di Giovanna Genovese

L’Arte Psichedelica si sviluppa nel corso degli anni ’60 e i primi dei ’70, a partire dalle grandi metropoli statunitensi, soprattutto San Francisco, Los Angeles e New York, per diffondersi poi in tutto il mondo.

Il termine “psichedelico” deriva dall’inglese psychedelic, coniato nel 1957 dallo psichiatra canadese Humphry Osmond sulla base dei termini greci ψυχή, “anima” e δῆλος “evidente”: quindi, il significato dovrebbe risultare qualcosa di simile a “manifestazione dell’anima”. In quegli anni, le sostanze allucinogene vengono studiate da personaggi quali Timothy Leary e Aldous Huxley, diventando un argomento di grande tendenza. È una nota prerogativa della cultura Psichedelica appoggiare l’uso di sostanze in grado di provocare una espansione della coscienza, finalizzata a generare esperienze creative al di fuori del normale, anche come forma di provocazione intellettuale nei confronti del puritanesimo delle classi borghesi americane dell’epoca; infatti, dalla fine della seconda guerra mondiale e per tutto il corso degli anni ’60, la società è fortemente segnata dalla cultura della contestazione, che coinvolge soprattutto il mondo giovanile e gli artisti di ogni genere, innescando fenomeni di costume che genereranno grandi svolte in vari settori, da quello letterario a quello musicale, dal figurativo, al teatrale.

Le origini

Sebbene si tratti di un fenomeno di ampia portata, in cui confluiscono più generi e forme d’arte, la Psichedelia, nello stretto ambito dell’Arte Visiva, mantiene un carattere prevalentemente grafico.

Le influenze che risultano immediatamente più evidenti nelle Arti Visive Psichedeliche sono quelle del Surrealismo, della Optical Art e del Pop americano, con le sue incursioni nel mondo dei fumetti.

Le radici dell’Arte Psichedelica, però, vanno ricercate ben più indietro nel passato: fra gli artisti da annoverare per aver maggiormente impattato sulla corrente, il fiammingo Hieronymus Bosch, con le sue rappresentazioni allucinate e visionarie, in cui creature fantastiche e bizzarre cavalcano l’allegorico e il simbolico, l’onirico e l’inquietante; l’oscuro William Blake, che trascina lo spettatore in un’esperienza fortemente immersiva all’interno sue opere fatte di visioni apocalittiche e ancestrali; infine, la grafica orientale e di conseguenza, i grandi esponenti dell’Art Nouveau, come Toulouse-Lautrec, Klimt, Mucha e Beardsley, con le loro linee eleganti e flessuose e il ricercato e fitto decorativismo.

Sviluppi

Anche se la Psichedelia e i suoi ideali influenzano molti artisti d’avanguardia e movimenti tra gli anni ’60 e i ’70, rappresentando il principale trait d’union fra arti grafiche, musica, cultura popolare e protesta, l’Arte Psichedelica è stata, suo malgrado, una fra le più snobbate dal sistema dell’arte contemporaneo: oscurata dalle correnti più istituzionalizzate, come il Pop, il Minimal e il Concettuale, viene e relegata all’universo delle arti applicate e -indirettamente, ma non troppo- del cattivo gusto.

Lo stile psichedelico, però, è il risultato di un’interazione produttiva tra arte, tecnologia, cultura dell’alterazione della coscienza, musica, e molte altre influenze che danno origine a un’estetica straordinaria, pervasa da un forte spirito emancipativo e di liberazione dalla rigida logica a compartimenti stagni della creatività. L’Arte Psichedelica produce con tecniche varie e spesso ricercate (viene rispolverato l’uso dell’aerografo, specie dall’italiano Guido Daniele), opere di grande abilità grafica, in cui la linea contorta introduce effetti di voluta distorsione dell’immagine o della scritta, cercando di richiamare il più fedelmente possibile la visione allucinatoria prodotta dallo stato di alterata percezione sensoriale che si sperimenta con l’assunzione di sostanze psichedeliche come LSD o psilocibina. La grafica psichedelica è un’esperienza visiva primordiale, che vuole coinvolgere lo spettatore, favorire la sua immersione nell’opera al punto da modificarne i criteri percettivi e arrivare a cambiarlo, renderlo diverso, nuovo.

Uno degli sviluppi fondamentali del movimento è la nuova forma artistica ibrida, frutto della fusione di differenti tecniche, spesso annoverata come mixed media o multimediale. Gli artisti visivi cominciano a sperimentare con giochi di luce, adavventurarsi in musica, cinema, moda, design, architettura.

La ricerca di un’esperienza di tipo immersivo nelle opere, tesa a distruggere la cosiddetta quarta parete e ridimensionare il rapporto tra spettatore e opera, ha prodotto come risultato anche grandiosi Happening, rimasti celebri nella storia di questa corrente, a metà tra il concerto e l’estemporanea d’arte, contrassegnati da una certa freschezza espressiva tipica del dilettantismo, in cui il corpo umano viene utilizzato come uno strumento percettivo integrale ed estensivo e stimolato fino a raggiungere uno sorta di stato di trance, similmente a quanto avviene nei rituali sciamanici.

I principali interpreti dell’Arte Psichedelica

Tra gli artisti americani afferenti al filone, va ovviamente citato Rick Griffin, autore di celebri e visionarie copertine di album e manifesti per concerti o pellicole cinematografiche, con i suoi disegni eleganti e veloci eseguiti con il rapidograph, minutamente dettagliati e intrisi di un’ aurea fiabesca. Insieme a Victor Moscoso, Stanley Mouse, Wes Wilson, Alton Kelley forma il quintetto dei Big Five della psichedelia, famoso per la creazione degli ormai celebratissimi poster.

I poster psichedelici sono il vero cuore della rivoluzione grafica psichedelica, una produzione del tutto originale, che stravolge il vecchio concetto di manifesto in voga fino agli anni ’60, per sostituirlo con un’esperienza visiva inedita che ribalta le leggi della grafica, quali immediatezza comunicativa, facilità di trasmissione del contenuto e proporzionalità degli elementi legata alle priorità informative. Spesso nascondono immagini di fiori, oggetti, occhi, profili femminili, Rockstars, divinità orientali ed altro ancora, fino a comporre una sorta di vanitas degli anni ’60. Non è raro, poi, che vengano citate l’estetica Espressionista nell‘acidità dei colori e nella mancanza di una netta distinzione tra le forme, e le esplosioni nucleari.

A San Francisco vive Allen Cohen, poeta ed editore di una delle più belle riviste psichedeliche, il “San Francisco Oracle”. Nato nel 1966 dalla volontà di Cohen di tradurre su carta le esperienze del cosiddetto acid trip, il magazine stravolge tutti i canoni editoriali, abolendo la griglia tipografica, i concetti di leggibilità del testo, sperimentando l’uso del colore, facendo di tutto per destabilizzare il lettore costringendolo a entrare nel mood caotico e bellissimo di queste pagine.

Anche in Italia non mancano testimonianze di questa nuova concezione grafica: in riviste quali “Pianeta Fresco” della coppia Sottsass/Pivano, fino a realtà quali “Get Ready” di Barnaba Fornasetti, famoso per l’iconica forma a spinello del primo numero e nella produzione del milanese Matteo Guarnaccia, forse il maggiore interprete nostrano dello stile; eclettica figura cult di psicoartista dalla spiritualità laica, pittore, illustratore, performer, saggista, teorico e autore di testi fondamentali sulla psichedelia.

È in Inghilterra, e soprattutto a Londra, che il messaggio artistico della psichedelia viene recepito in maniera più interessante. La Swinging London è una fucina per lo scambio di idee e la reciproca influenza di tantissimi artisti da tutto il mondo, la produzione artistica è fervente come pochi altri periodi nella storia contemporanea.

Un esempio è la produzione dell’australiano Martin Sharp, art director di “OZ Magazine”, la rivista di Richard Neville che dimostra quanto possa essere bello fare a pezzi i cardini della classica grafica editoriale. Collagista e pittore, realizza opere che mescolano elementi ispirati da fumetti, cartoon e grandi artisti del passato come Hokusai e Van Gogh. Le sue opere sono sempre iconiche, sia che si tratti di cover di album, come ad esempio “Disraeli Gear” dei Cream, o dei numerosi ritratti di Jimi Hendrix, o dei poster e delle pagine di “OZ”.

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