Emilio Vedova aveva qui il suo studio in uno dei nove Magazzini quando, di ritorno da un viaggio a Cuba, trovò la Fondamenta delle Zattere sbarrata e il “piccone demolitore” già entrato in azione: sfondamenti in più parti, macerie, distruzioni e un intero tetto completamente rimosso (ragione per la quale, ancora oggi, uno dei Saloni presenta una copertura trasparente). Da quel momento, Vedova divenne il vertice di un movimento di protesta che si allargava sempre più e che contrappose per lungo tempo a Venezia forze culturali e sociali attente e sensibili al problema dei Saloni da un lato e altre forze, soprattutto sportive, che aspettavano da più di venti anni “le piscine”. Emilio e Annabianca, insieme a un corteo lunghissimo composto da studenti, intellettuali, artisti e da tutti quanti avevano a cuore la salvezza dei Saloni, infine, intervenirono durante il Consiglio comunale in assoluto silenzio, portando sopra le loro teste una gigantografia della pianta di Jacopo de’ Barbari con evidenziati i Saloni. In quel preciso momento, la storia secolare dei Magazzini del Sale riprese il suo cammino.

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